L’informazione ai tempi delle fake news: intervista a Andrea Fontana

ottobre 6, 2017 - 18 minutes read

Come vivere [e bene!] in un mare di fake news

Ho intitolato il mio libro #Iocredoallesirene prendendo spunto da una docu-fiction che mi è piaciuta molto, perché era costruita in modo da creare verità alternative sul reale piuttosto credibili. La mia è una provocazione culturale: viviamo in una sorta di bolla, in cui tutti noi abbiamo un’illusione di conoscenza”.

Inizia così questa chiacchierata con Andrea Fontana, il massimo esperto di Storytelling in Italia. E, in effetti, durante l’intervista di provocazioni ne lancia parecchie. Conviene ascoltarlo: con i suoi ragionamenti lucidissimi e spiazzanti fa tabula rasa di tanti luoghi comuni che infestano le nostre vite, offrendoci una mappa per navigare in acque ancora inesplorate.

In un vecchio film degli anni Ottanta un personaggio a un certo punto dice: “Io vedo quel che vedo, sento quel che sento. E poi ne traggo le conseguenze”. Una posizione del genere è praticabile anche oggi, in un’epoca di fake news?

Oggi è una condizione impossibile. Facciamo molta più fatica a scegliere e a decidere rispetto agli elementi della nostra vita, perché non abbiamo più le informazioni dirette per farlo. E a informazioni confuse corrispondono decisioni confuse.

Disponiamo, però, di una ricchezza enorme di informazioni…

Ma avere tantissime informazioni non vuol dire avere più conoscenza, tutt’altro. La conoscenza è la messa in opera di significati nelle informazioni. Per cui, all’interno di contesti sociali che sono sempre più preda di scenari fake, ognuno di noi “crede alle sirene”, perché crediamo a informazioni di seconda, terza e quarta mano che, di fatto, sono inverificabili. E ci crediamo perché emozionalmente corrispondono a un nostro valore, a una nostra credenza di vita. Non è vero che siamo guidati dalla razionalità. Siamo guidati dalle nostre emozioni che poi spingono la razionalità a trovare argomentazioni per giustificare le nostre scelte. I neuro-scienziati hanno coniato un termine per definire questo: hot cognition.

Nella presentazione del tuo libro affermi che viviamo in una finzione positiva e il “fake” è ormai la cifra del nostro stare al mondo, soprattutto al tempo dei social media. Ci spieghi perché non possiamo fare a meno delle fake news?

Paradossalmente è un fake anche il dibattito sulle fake news e sull’informazione vera o falsa. Ed è pericoloso. Dico no alla dicotomia vero/falso: come hanno mostrato molti filosofi e studiosi del Novecento e dell’Ottocento, le finzioni di mondi e di ruoli sono positive, quando vengono interpretate e intese come semplificazione della complessità del reale.

Nel libro faccio qualche esempio. Pensa alla mappa della metropolitana: non corrisponde affatto a una rappresentazione della realtà, ma è una finzione positiva che nella vita reale ti consente di spostarti meglio e senza sbagliare. Se ci fermiamo all’idea che le informazioni che incontriamo in rete (ma anche nella nostra vita offline) sono o vere o false, facciamo un pessimo lavoro come uomini e donne di comunicazione, ma anche come cittadini o consumatori. E poi c’è un problema politico.

In che senso?

Chi si arroga il diritto di definire che cosa è falso, circoscrive la verità e ha un potere mostruoso sulla realtà sociale e politica. Da sociologo della comunicazione preferisco pensare ai tanti modi in cui la conoscenza si può costruire. Se fossi un politico invece potrei cominciare a dirti: “Questa è la verità”. E aggiungere: “Se non aderisci a questa via specifica, sei un pericolo, sei un deviante”.

Ecco, questo non mi piace e lo ritengo piuttosto pericoloso.

Non esistono le fake news, perché non esiste la realtà. Allora che cosa esiste?

Non ho mai detto – né scritto nel libro – che non esistono le fake news o la realtà, anzi, ci sono eccome! Ma per me l’interessante non è quello, ci sono sempre state le fake news e la realtà oggettiva.

Piuttosto trovo più interessante capire che oggi esistono tante realtà oggettive possibili, che però sono alternative, parallele, divergenti e convergenti.

Esistono tante realtà in cui possiamo raccontarci online, tanti modi di realizzare le nostre vite, tanti modelli con cui interpretare le nostre vite… Ne siamo quasi sopraffatti. Ognuno di noi aderisce alla propria realtà come meglio si sente. Pensa a come ci muoviamo nei social media: non siamo quasi più in grado di distinguere la realtà fattuale dalla realtà narrativa che abbiamo creato. Non c’è niente di male. Il problema sorge quando tante realtà entrano in conflitto e una vuole prevalere o viene fatta prevalere.

Un punto importante mi sembra questo: siamo tutti immersi in una sorta di fiction, ma devono esserci degli elementi di narrazione coerente. Secondo te esistono? E se sì, quali sono?

Sì, siamo immersi in specifiche narrazioni sociali, quindi questa fiction esiste, ma penso anche che queste narrazioni, questi copioni sociali e psicologici, stiano saltando. Tutto quello che credevamo vero, fisso e oggettivo sta cambiando profondamente la sua essenza. Stiamo vivendo un passaggio di narrazioni psicosociali. E credo ne vedremo davvero delle belle.

Quali sono i modelli di narrazione in cui viviamo?

Ce ne sono molti, ma credo che in questo momento esistono tre macro categorie di elementi che contraddistinguono la nostra vita mediatica.

Il primo è La redenzione di sé, come la definisce Dan McAdams, ed è il modello perfettamente esemplificato da Harry Potter: l’orfano che cerca se stesso, in una sorta di super viaggio dell’eroe. Un modello che ci costringe a essere perfetti. Tutta la narrazione euroamericana è fondata sul “sé redentivo”. Vuol dire che sei costretto a redimerti. Devi avere uno sviluppo di te. Sei spinto a questa redenzione costante della tua vita. Pensa alla narrazione che facciamo di noi nei social media: scriviamo quasi sempre dei nostri successi, vogliamo metterci in una luce positiva anche quando sbagliamo e cadiamo. Persino la caduta deve essere rappresentata come pedagogica, ma – forse – è solo una fottuta caduta.

Poi ci sono altre due narrazioni che si mescolano. La risoluzione di un enigma, dove siamo tutti impegnati a capire di più, a capirci di più, a capire gli altri, a risolvere misteri. Questo perché la nostra vita è diventata sempre più problematica, incerta: non sappiamo come andranno a finire le nostre carriere professionali, familiari, amicali. Da qui deriva la terza linea narrativa, che è quella della vigilanza e del sospetto. Che nella sua deriva diventa “complottismo”.

Se vai a vedere le linee narrative più o meno fake delle notizie oggi, queste tre macro categorie le ritrovi tutte.

Come ci si deve muovere in questo contesto nuovo? Come dobbiamo cercare e valutare le informazioni nelle nostre molteplici vesti di cittadini, consumatori, professionisti?

Ricordandoci sempre una cosa. Una cosa che dovrebbe sapere anche un bambino (e sicuramente dovrebbe sapere chi studia la comunicazione). I media non ti presentano la realtà oggettiva dei fatti; i media ti presentano dei prodotti. Le notizie e le informazioni sono prodotti fatti da essere umani che presentano punti di vista, spesso orientati politicamente o con specifici interessi, e – a volte – persino errati. Ma chissà perché ci dimentichiamo di questo, e automaticamente l’informazione diventa verità.

Ci vuole quindi una minima base di consapevolezza mediatica.

E poi ci vuole un’educazione a tutte le nuove dinamiche mediatiche in corso, non solo in ambito digital. Dobbiamo sviluppare quelle che gli alcuni studiosi e ricercatori americani definiscono “abilità controfattuali”.

In cosa consistono?

Tutta la nostra realtà è controfattuale, simbolica, non legata al fatto specifico. Pensa allo yogurt: lo yogurt, nel suo essere fattuale, è latte con l’aggiunta di muffa. E allora, per venderlo, devo per forza trasformarlo in qualcosa di diverso. Controfattuale è la dimensione narrativa presente in ogni elemento della nostra esistenza. Se mi fermassi al fatto di avere un corpo limitato, un corpo malato, dei limiti fisici o mentali, io non farei niente.

Da ragazzo andavo male in matematica, se mi fossi limitato al fatto e non mi fossi raccontato una contro-realtà fattuale, oggi non farei l’Amministratore delegato di un gruppo di consulenza e non insegnerei in Università. Da bambini fino a quando moriamo, continuiamo sempre a immaginare cose nuove di noi. Questa è l’abilità contro-fattuale: il più grande dono dato all’umanità. Forse ancora più importante della libertà. Perché se sei prigioniero di una malattia, di un tiranno, di un sopruso, solo il pensiero contro-fattuale e l’immaginare cose nuove di te può salvarti.

Hai citato l’esempio dello yogurt. Nel marketing da sempre c’è la consapevolezza che esistono i bisogni, ma i desideri sono ancora più potenti. Questo porta a dare il massimo peso all’emozione e al coinvolgimento. Il marketing però è un animale bifronte: vive di test, misura continuamente i risultati in modo analogo a quello che si fa in un esperimento di laboratorio. In pratica, utilizza il metodo scientifico. Come vedi questa contraddizione?

La leggo come un Bias cognitivo. Il marketing si mette alla ricerca delle proprie credenze e le dimostra. Se ci mettiamo a cercare quello che pensiamo ci sia, di sicuro prima o poi lo troveremo.

Nel tuo libro parli di misinformazione. Qual è la differenza con la disinformazione?

La misinformazione è l’informazione deformata involontariamente. Siamo produttori costanti di misinformazioni. Pensa a quando postiamo la foto di un viaggio: quella foto è il panorama. E’ un’informazione non falsa, ma falsata o deformata. Se pensi che qualsiasi cosa che vedi sia la verità, sei perduto: vuol dire che non hai capito niente del mondo che ti circonda.

La disinformazione invece è informazione manipolata volontariamente per motivi specifici, di solito oscuri al fruitore. C’è una bella differenza.

In tutto questo, quanto sono importanti le esperienze che facciamo noi e chi ci sta intorno? Sono un antidoto alle false rappresentazioni? E qual è secondo te il valore dell’esperienza?

Il valore dell’esperienza è fondamentale. Noi siamo molto limitati nella nostra capacità conoscitiva e la nostra esperienza sviluppa anche una consapevolezza dell’esperienza degli altri. Io ho tutto il diritto di fare esperienza di qualcosa e di testimoniarla, ma non posso pretendere che questo qualcosa sia la verità oggettiva di tutti.

Questo è un tema che è sempre esistito nella storia umana, ma oggi succede che le fonti informative che ci portiamo addosso – smartphone, tablet ecc. – aumentano moltissimo questa dinamica conoscitiva, che si traduce immediatamente in un’azione politica e di consumo. Prima tra queste due dimensioni c’erano sempre dei filtri, dei passaggi. Oggi, invece, il tuo modello di conoscenza diventa subito un modello di azione nel mondo.

Non ce ne rendiamo conto, ma oggi mettere o non mettere un like su un post può essere un’azione politica più forte di uno sciopero. Allora chi domina questo modello di conoscenza e poi di azione, domina prima l’informazione e poi l’azione sociale.

Nel guardare questo nuovo scenario, non trovi che viviamo nell’epoca in cui sono giunte a compimento le visioni di tanti scrittori e filosofi? In questo senso Wikipedia sembra la realizzazione del sogno enciclopedista degli illuministi, il motore di ricerca di Google l’equivalente dell’oracolo di Delfi, il web la materializzazione degli incubi di Dick e Orwell. E l’era delle fake news conferma la visione del mito della caverna di Platone…

Sono d’accordo. Le teorie filosofiche del passato prima erano teorizzazioni di pochi pensatori, oggi sono diventate improvvisamente pratica quotidiana. Il pericolo che vedo io è la chiusura di una realtà, a discapito di tutte le altre.

Toglimi una curiosità. Quali sono di fonti di informazioni di Andrea Fontana? Facebook, Google? Ovviamente scherzo, hai scritto che pensare di delegare la conferma della verità a Facebook e a Google è follia. Quale può essere allora una delega sana?

Non so quale possa essere una delega sana. Ti dico quelle che sono le mie. Non vuol dire che siano perfette. Sono solo le mie. Ho tre fonti di informazioni: la filosofia, i romanzi e i fumetti. Se leggi i filosofi del passato, scopri che era già tutto scritto. Niente di nuovo sotto il sole: come dicevamo, quelle che un tempo erano teoria oggi sono pratica. Per esempio, nel mio libro ho citato Platone, e se leggi il mito della caverna oggi, sembra la teoria del miglior complottista! Tra i romanzi, leggo specialmente quelli di fantascienza: anche qui molti visioni fantascientifiche oggi sono realtà… Tra i fumetti, i miei preferiti sono quelli dei supereroi: nelle storie dei supereroi vedo tantissime cose della nostra vita quotidiana oggi.

Questo non vuol dire che non leggo i giornali, non guardo la TV, non ascolto la radio, non seguo le conversazioni sui social… Ascolto, leggo, seguo… Ma lo faccio usando una lente di ingrandimento particolare: filosofia, narrazione e fumetti mi aiutano a capire la realtà complessa in cui viviamo.

Allora, spiegaci: come si naviga bene in un mare di fake news?

Tenendo d’occhio le 3C: contenuti, contesti, connessioni. I contenuti, più sono enfatici e radicalizzati, più sono il segnale che siamo probabilmente di fronte a una comunicazione falsata, quindi anche orientata e orientabile. I contesti in cui trovi i contenuti (online e offline) sono fondamentali. E qui, come spiegavo prima, occorre avere un sano atteggiamento nei confronti delle informazioni: capire che sono prodotti e quindi spesso i contesti sono set. E poi le connessioni, soprattutto online: oggi non abbiamo più il contatto diretto con la fonte informativa, ci sono sempre dei passaggi intermedi.

Ecco, se tieni insieme queste tre cose, forse riesci a navigare un po’ meglio. La cosa più importante è la consapevolezza. Se sei consapevole che i mezzi di informazione mainstream creano artifizi, vivi molto più sereno.

Alla fine del tuo libro scrivi: “La verità si cerca. E’ un bellissimo gioco. E il sogno continua”. Prendendo quali strade?

Io mi sto dirigendo verso strade sempre più artistiche. Verso la storia dell’arte, la letteratura, la poesia, la fantascienza teologico-tecnologica. Però, dicendoti questo, ti sto dicendo surrettiziamente “verso la finzione”. E quindi verso l’immaginario e l’immaginazione. Se il fantastico oggi è penetrato nel reale e comincia a dominarlo sempre di più, soltanto una dimensione fantastica e artistica ti permette di comprenderlo e di gestirlo meglio.

 

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