Narrability, la scintilla che accende lo Stoytelling

Novembre 28, 2014 - 6 minutes read

Narrability

Qual è la storia più importante per te, se vuoi essere un narratore professionista? E’ la storia degli altri, ovvero quella del pubblico a cui ti rivolgi. E l’eroe del racconto deve essere il tuo cliente.

Di questo e molto altro si è parlato nel IV Convegno Nazionale di Storytelling, che si è svolto il 28 novembre al Teatro Ariberto di Milano e si è focalizzato sul tema della Narrability.

MA CHE COS’E’ LA NARRABILITY?

In italiano non esiste il corrispondente esatto di questa parola, che si potrebbe tradurre con narrabilità, nel senso di “essere raccontabili”. Ma perché la Narrability è così importante?

Perché è il fattore che rende possibile la narrazione. Essere raccontabili, saper raccontare la propria storia implica avere le competenze necessarie per coinvolgere, convincere e spingere il tuo pubblico all’azione. Significa padroneggiare le tecniche narrative per far condividere una nuova visione.

Ti sembra tutto troppo astratto? Eccoti subito un esempio concreto.

LO STRANO CASO DEL TEMPORARY MANAGER E DEL SUO AVVERSARIO

In un applauditissimo intervento, Alessandro Lotto, Temporary Manager, ha spiegato in cosa consiste il suo lavoro e perché è così importante, per centrare l’obiettivo, avere anche competenze narrative.

Un Temporary Manager è chiamato a decisioni e atti da cui possono dipendere le sorti di una azienda. Il suo è un intervento rapido, che in un tempo definito e con risorse determinate deve produrre il cambiamento. Si può vedere questa situazione secondo gli schemi classici del business. Oppure con gli occhi del narratore.

Nella seconda ipotesi, la prospettiva cambia radicalmente. C’è un eroe, l’imprenditore, che si muove da persona ferita e ha difficoltà a capire chi gli è vicino e chi non lo è più. Ha bisogno di aiuto e lo cerca rivolgendosi a un professionista esterno alla sua azienda.

L’incontro tra i due – Temporary Manager e imprenditore – è magico, ma nella realtà dura pochi minuti. Giusto il tempo di conferire l’incarico.

Il punto decisivo è il momento in cui il Temporary Manager entra in azienda: ogni suo intervento è una storia popolata da alleati (chi cerca una nuova opportunità), da avversari (chi ha una posizione consolidata che sente minacciata) e da spettatori neutrali ma curiosi (i neoassunti e quelli arrivati di recente).

Nel caso raccontato da Alessandro, l’avversario è un signore col maglione rosso che conosce bene i meccanismi dell’azienda: una persona intelligente, molto ascoltata dalla proprietà e piena di energia corrosiva. Quindi in grado di far fallire ogni iniziativa di cambiamento.

Come fare ad uscirne? In questo caso, l’avversario va gestito con tecniche narrative. Il che significa arrivare anche a chiedergli scusa pubblicamente per non aver saputo comprendere e rispettare il suo punto di vista, la sua storia personale e la sua conoscenza superiore dell’azienda.

La trasformazione è spettacolare: l’avversario diventa mentore, collabora attivamente con l’intruso, gli offre i dati che non aveva ottenuto prima, lo mette in condizione di muoversi efficacemente. L’azienda si riprende. Missione compiuta.

SECONDO ESEMPIO: L’UFFICIO STAMPA CAMBIA PROSPETTIVA

Negli ultimi anni, anche il mondo delle PR e della comunicazione aziendale si è completamente rivoluzionato.

Fino a non molto tempo fa, era una partita che si giocava tra giornalisti e comunicatori: prima faceva tutto il giornalista. E chi era all’interno dell’azienda non era a contatto col pubblico.

Oggi, spiega Daniele Chieffi, Web Media Relations Manager ENI, l’Ufficio Stampa non è più al servizio dell’azienda, ma dei suoi interlocutori. Chi si occupa di PR per un’azienda deve fare i conti con due mondi diversi: la relazione intermediata (oltre al “classico” giornalista” ci sono figure importanti come blogger e influencer) e la relazione diretta con i singoli utenti.

Sulla rete parliamo per contenuti, quindi narriamo. E l’interlocutore diventa ciascuno di noi.

Per raggiungere il mio interlocutore sono costretto a parlare con le sue modalità. Devo usare il suo linguaggio, devo chiedermi che cosa gli interessa sapere da me. Devo ascoltarlo, per poi costruire messaggi realmente utili ed emozionali.

Si innesca così un funzionamento circolare: ascolto le community e le persone; identifico che cosa sono in grado dire; costruisco il messaggio, lo declino sulle piattaforme e lo diffondo; mi apro al dialogo e riapro l’ascolto.

In questo modo si abbandona totalmente ogni aspetto autoreferenziale: per l’azienda l’approccio Storytelling è un bagno di umiltà.

E PER FINIRE…

Se hai avuto la pazienza di seguirmi fin qua, voglio concludere questo post con alcuni insegnamenti preziosi che ho portato a casa e voglio condividere con te. Spunti di riflessione su cui lavorare d’ora in poi. Eccoli.

  • Prima si ascolta. Poi si racconta.
  • Per raccontare ci si deve connettere con le proprie radici.
  • Il punto di partenza della nostra narrabilità è la capacità di conoscere la storia che noi siamo.
  • Narrare implica la capacità di mettere ordine.
  • Come fai a selezionare? Costruisci un sistema di catalogazione (per esempio, per tag).
  • Saper mettere in fila le cose è un’arte.

Mi fermo, non prima di aver ringraziato tutti i relatori (qui trovi il programma completo del Convegno) per quanto hanno saputo insegnarci e voluto condividere con noi.

Ci sarebbero ancora tantissime cose da raccontare. Ma questa è un’altra storia.

Ora aspetto la tua: lasciala nei commenti.

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