Come raccontare la scienza (e molte altre cose)

Novembre 27, 2019 - 10 minutes read
Nel raccontare la scienza gli scienziati  insegnano come comunicare a pubblici diversi

In questi ultimi mesi sono usciti alcuni libri davvero notevoli, scritti da scienziati. Mi riferisco in particolare a ‘Genesi’ di Guido Tonelli e ‘Imperfezione. Una storia naturale’ di Telmo Pievani. 

Entrambi hanno una cosa in comune: trattano argomenti molto complessi, che riescono a rendere comprensibili al lettore con un linguaggio semplice, diretto e coinvolgente.

Oltre che grandi scienziati, gli autori sono anche grandi comunicatori che riescono a far arrivare con chiarezza ed efficacia concetti complessi al grande pubblico.

Ecco, andiamo a esplorare il loro punto di vista. C’è molto da imparare.

Indicazioni utili per chi si occupa di contenuti

Qual è il modo di comunicare scelto da questi scienziati? Lo hanno spiegato loro stessi in due interviste: Tonelli a ‘La Lettura’ [“Ci salverà la scienza” – La Lettura – Domenica 9 giugno 2019] e Pievani nel podcast dell’Osservatorio Storytelling.

Partiamo da Tonelli:

‘Genesi’ è un libro di scienza che racconta una storia: ho capito che se vuoi davvero trasmettere la meraviglia e la bellezza della scienza, di ciò che sappiamo dell’origine dell’universo e la sua evoluzione, devi raccontarle come se ne parlassi a un amico a cena o a un bambino. 

La prima grande indicazione, mai troppo assiduamente praticata, è quella della semplicità: per arrivare al nostro pubblico dobbiamo metterlo in condizione di capire senza fare sforzo.

E’ la stessa visione di Pievani, che aggiunge:

Quando ti rivolgi al grande pubblico non devi commettere l’errore di dare tutto per scontato: non perché il tuo pubblico è ignorante, ma perché non è detto che sappia le stesse cose che sai tu, nel tuo ‘cono di luce focalizzato’. E’ un esercizio di umiltà e di disponibilità nei confronti del tuo interlocutore. 

Questa breve osservazione contiene due importanti insegnamenti: è facile cadere nella trappola dell’autoreferenzialità e ancora di più in quella di non esplorare altri punti di vista, rimanendo chiusi nella propria bolla cognitiva. 

Continua Pievani:

Diceva il mio maestro Stephen Jay Gould: “Quando imparerai a spiegare bene la scienza in modo da farti capire da chiunque, ti accorgerai che anche tu l’hai capita bene. Se invece tu non l’hai capita bene, non la saprai raccontare bene. 

Questa affermazione, oltre a contenere una regola basilare di metodo e una profonda verità (per essere sicuri d’imparare veramente qualcosa, l’unico modo è insegnarla), è un’ottima risposta a frasi del tipo: “Non riesco a scrivertelo, ma ho tutto chiaro in testa”. No, le cose non stanno così: se non lo sai scrivere, non l’hai ancora capito e quindi non lo puoi spiegare.

Comunicare a pubblici diversi

Ma che cosa fa la differenza, nella costruzione narrativa, tra un testo destinato alla produzione accademica e uno che si rivolge al pubblico più ampio, dei non specializzati? Insomma, come dobbiamo regolarci quando ci rivolgiamo a un pubblico di addetti ai lavori o, invece, a una platea più vasta? Spiega Pievani:

La divulgazione che faccio io di solito è molto densa, tendo a mettere tutto quello che è stato scoperto, quindi le frontiere della ricerca. La mia non è una divulgazione che semplifica molto. Viceversa, nei paper tecnici cerco sempre di metterci dentro qualche trucco narrativo, perché aiuta molto. 

Anche questo è un ottimo consiglio: quando ci rivolgiamo al nostro pubblico, non dobbiamo “annacquare” il contenuto, non lo dobbiamo semplificare e ridurre, ma renderlo più chiaro. 

Non è facile, ma si può fare. 

E quando ci cimentiamo con un contenuto tecnico o una presentazione, occorre stare attenti a non “schiacciare” la parte emozionale. Anzi, meglio ravvivare il tutto con l’utilizzo della narrazione: il risultato, oltre a essere molto meno noioso, migliorerà decisamente in efficacia.

Ma come si fa a raccontare (e condividere) la scienza?

L’abbinata tra scienza e narrazione a prima vista può sembrare bizzarra. In realtà, come rileva Pievani, è una formula molto classica che vanta antenati illustri:

La comunicazione e la narrazione della scienza sono nate assieme al metodo scientifico stesso. I due padri della scienza moderna, Galileo e Darwin, hanno scelto la narrazione per presentare le loro scoperte. Galileo mette un dibattito scientifico ‘a teatro’, tramite un dialogo tra personaggi. C’è una parentela tra teatro e teoria scientifica: tutte e due hanno in comune un elemento di messa in scena, di racconto. Charles Darwin, messo alle strette, pubblica le sue idee scegliendo una strana formula narrativa, che oggi sarebbe un saggio divulgativo di alto livello, che segue un unico ragionamento e racconta una storia.

E’ un discorso che si può ampliare. Su come rendere avvincente un racconto di business ho scritto un post, qualche anno fa.

In estrema sintesi, consigliavo di:

  • Far emergere subito del protagonista quanto ha di notevole e fuori dal comune
  • Curare l’attacco narrativo: l’inizio è il momento in cui si calamita e conquista l’attenzione di chi ci legge o ascolta
  • Non essere piatti nella narrazione: inserire difficoltà, sfide e colpi di scena
  • Seguire sempre un preciso filo conduttore
  • Inserire un elemento memorabile nel finale

Un altro insegnamento prezioso da cogliere è quello di mantenere il senso del limite, evitando di essere arroganti. 

Come rileva Tonelli:

Dobbiamo anche essere assai consapevoli dei limiti della scienza: la scienza è imbattibile in cose come la spiegazione dell’universo e della materia, dei fenomeni che possiamo investigare, ma i metodi scientifici non sono utilizzabili in aree in cui gli elementi non sono riproducibili – politica, economia, psicologia: sistemi non riproducibili, sistemi che non sono non perturbativi bensì catastrofici, sistemi in cui basta un cambiamento in un dettaglio per cambiare l’intera situazione, come nel mercato azionario. Quindi, lì dobbiamo essere molto cauti, evitare di parlare di problemi estetici o etici: lo scienziato non è il leader dello scibile. Ci sono aree del sapere in cui dovremmo esserlo – e la gente dovrebbe ascoltare ciò che diciamo – e altri in cui bisogna che siamo umili, e che accettiamo di confrontare la nostra visione con altre visioni, allo stesso livello.

Trasportando questo insegnamento nel mondo del business e del marketing, mi viene anche da dire: non possiamo arrivare dappertutto, convincere tutti, piacere a tutti, soddisfare tutte le esigenze di tutti.

Meglio piacere molto, moltissimo a un pubblico selezionato o a una nicchia ben precisa.

Per creare una narrazione efficace

Proviamo a tirare le somme e a fare una sintesi di quanto è emerso finora. Dalle osservazioni di Tonelli e Pievani possiamo trarre 8 regole auree:

#1.Parla al tuo pubblico in modo diretto, semplice e chiaro, facendogli capire tutto senza sforzo.

#2.Non dare mai niente per scontato.

#3.Evita la trappola dell’autoreferenzialità.

#4.Esplora altri punti di vista.

#5.Ricorda che una cosa l’hai capita bene solo quando la sai spiegare, scrivere, raccontare.

#6.Non devi annacquare o semplificare il contenuto, ma renderlo più chiaro.

#7.Nei contenuti più tecnici, inserisci sempre un elemento narrativo.

#8.Non superare i tuoi limiti, con la pretesa di spiegare oltre il tuo campo di competenze.

Chiudo con un’ ultima raccomandazione di Telmo Pievani che, guarda caso, è preziosissima non solo per chi si occupa di divulgazione scientifica, ma anche per chi lavora sui contenuti:

Per fare arrivare con efficacia il messaggio ai suoi destinatari occorre non raccontare la scienza solo sulla base dei suoi prodotti, ovvero dei suoi risultati. In tal caso si narra solo la fine, la teoria. E’ molto più efficace partire dalla genesi, dal processo, dal percorso che ti ha consentito di arrivare all’idea. Al tuo lettore rimarrà molto più impresso il contenuto, se tu gli avrai spiegato il processo con cui sei arrivato a quel contenuto. 

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