Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini: le affinità elettive

Anni Cinquanta: Pier Paolo Pasolini arriva a Roma dal Friuli. Sfugge a un’atmosfera provinciale che lo angoscia e lo ha costretto ad andarsene, mettendolo al bando con l’accusa di reati contro la morale pubblica.

Nell’ambiente culturale della capitale, animata da un vortice incessante di artisti e scrittori nel pieno della loro energia creativa, Pasolini sente di aver trovato quello che cercava e aveva sempre desiderato. Inizia subito a pubblicare poesie, a scrivere per il cinema e per la radio, a intrecciare rapporti con i protagonisti della vita intellettuale.

Della coppia Morante/Moravia, la più celebre della letteratura italiana, è la scrittrice la prima a conoscerlo: Elsa e Pier Paolo vengono presentati dal pittore e poeta Toti Scialoja e scoprono di avere diversi amici comuni, come Vittorio Sereni, Carlo Emilio Gadda, Attilio Bertolucci, Sandro Penna.

Con l’acutezza che la contraddistingue, Elsa capisce all’istante di aver incontrato qualcuno che condivide con lei una insopprimibile sensibilità poetica nel modo di vivere e di interpretare il mondo. Parte subito un legame di amicizia, stima e affetto che vedrà come protagonisti lei, Alberto e Pier Paolo, e che si scioglierà solo con la morte di Pasolini.

La passione comune per il cinema

Moravia, convinto dall’autrice, lancia definitivamente Pasolini come scrittore e intellettuale pubblicando sulla rivista “Nuovi Argomenti”, da lui diretta, le poesie de Le ceneri di Gramsci.

Di lì in poi il loro legame diventa ogni giorno più intenso: insieme discutono di cultura e politica, pranzano nelle trattorie frequentate dagli artisti e la sera vanno ballare nelle balere sul Tevere. Presso i due nuovi amici Pasolini trova la solidarietà di cui ha bisogno per fronteggiare gli attacchi molto frequenti a cui si espone per la sua omosessualità e le posizioni controcorrente che professa pubblicamente.

L’atmosfera degli inizi di questa grande amicizia è ben resa da una lettera di Pier Paolo dell’11 agosto 1956:

Carissima Elsa,

ti scrivo […]per ringraziarti del tuo dono. Un po’ in ritardo: ma tu sai cosa sono i giorni: entità irrisorie, fenomeni appena percettibili (se non per provarne bruciature tremende): tre o quattro giorni sono scivolati via così, pieni del tuo pensiero.

[…] Pensa che, con questa scusa, non solo non scrivo più una riga, ma non leggo nemmeno. Vado in giro come un pazzo quieto per le fornaci della periferia, e passo notti da sonnambulo tra covi di puttane e depositi di refurtive. Il tutto è grandioso, ma arido. L’anima non solo non cresce, ma si accartoccia… Ti abbraccio affettuosamente,

Pier Paolo

C’è poi una comune passione in cui si manifesta tutta la loro affinità: quella per il cinema.

Nel 1950 l’autrice inizia a collaborare con la RAI curando la rubrica radiofonica settimanale di critica cinematografica intitolata “Cronache del cinema”, dove esprimeva il suo punto di vista mai banale e, spesso, controcorrente: come ricorderà di recente Goffredo Fofi, il suo giudizio “era nettissimo, sapeva vedere e sapeva capire”.

Per esempio, lei non aveva amato i capolavori del Neorealismo Ladri di biciclette e Roma città aperta, in compenso considerava La terra trema di Visconti “l’opera più pregevole e originale prodotta dal cinema italiano in questo dopoguerra” ed era rimasta incantata da Miracolo a Milano, per la fiducia che il regista mostra “nei suoi simili, e (si direbbe da questo film) anche nel mondo delle fate”.

Il contributo di Elsa Morante al Vangelo secondo Matteo di Pasolini

Negli anni Sessanta, Pier Paolo dà inizio alla sua straordinaria carriera di regista cinematografico con Accattone, in cui l’autrice partecipa recitando il ruolo di una prostituta, ed escono in successione tre opere come Mamma Roma, La ricotta, Il Vangelo secondo Matteo,vicinissimi al mondo della scrittrice per atmosfere, ambientazioni e tematiche trattate.

Grazie al cinema, l’amicizia tra lei e Pier Paolo si rivela ancora di più una grande avventura umana e intellettuale. Per Il Vangelo secondo Matteo è lei a consigliargli i pezzi musicali per la colonna sonora; segue l’amico nei sopralluoghi a Matera e nella provincia di Taranto, dove Pasolini alla fine decide di girare una parte del film, rinunciando allo scenario originale della Palestina, perché la situazione politica che c’è laggiù gli impedisce di lavorare con la necessaria serenità.

La scrittrice ha un ruolo importante anche nella scelta del cast. A recitare non sono attori professionali ma amici e famigliari: Giuseppe è Marcello Morante, Maria è la madre del regista, Enzo Siciliano, Giacomo Morante, Giorgio Agamben, Alfonso Gatto sono gli apostoli, Natalia Ginzburg è Maria di Betania.

Affiorano le prime incomprensioni

Ma sarà proprio Il Vangelo secondo Matteo a far nascere fra loro i primi contrasti. Una volta concluso il film, lei manifesterà “la delusione”, mista all’“ammirazione” che segna il suo sentimento ambivalente perché “il film sul Vangelo che aveva sognato era assai diverso” da quello che era uscito nelle sale.

E poi emergono anche sgradevoli problemi di natura economica. La casa di produzione non salda i pagamenti con alcuni attori, parenti e amici della scrittrice. Che, da par suo, reagisce in modo molto veemente. Tra lei e Pier Paolo ci sono scambi di lettere infuocate.

A un certo punto Pier Paolo, in una lettera del Gennaio 1965, le scrive:

“Cara Elsa,

capisco che il principio del diritto a essere pagati è sacro. Ma ci sono delle cose ancora più sacre. Del resto da che mondo è mondo ogni debitore ha sempre usufruito di qualche proroga, anche da parte degli strozzini. Le tue escandescenze sono meravigliose, ma qualche volta ce le ho anch’io.

È tutto il giorno che ci penso, e, giunto alle due di notte, dopo aver lavorato come una bestia tutto il giorno, e sofferto come una bestia per quello che mi si riferiva di te, sono giunto alla conclusione che ho il diritto di sentirmi offeso.

Posso giurarti su mia madre che non ho avuto debiti in tutta la vita: che sia proprio un’amica come te, a farmi pesare il mio primo debito in questo modo, in un momento in cui sulla mia casa c’è una reale minaccia di pignoramento, mi sembra orrendamente ingiusto.

Evidentemente sotto questo tuo aspetto furente per poche miserabili lire, c’è qualcos’altro, qualcos’altro che il nostro Freud spiega e il tuo Buddha condanna. Ma tu chiami sempre gli altri responsabili del proprio inconscio: questa volta lo faccio anch’io con te. L’ulcera alla sua ora, le due di notte, mi soffoca da dentro, pensando all’ombra che si è distesa su questo fatto bellissimo della mia vita che sei stata tu in questi anni.

Tuo Pier Paolo

In queste poche righe sono condensate molte cose importanti: l’estremo coinvolgimento di entrambi nel rapporto, i comuni riferimenti culturali alla psicoanalisi e l’allusione, forse sarcastica, a una adesione dell’autrice al buddismo, non condivisa da Pasolini.

Notazione, questa, particolarmente interessante, perché i due scrittori condividevano una comune sensibilità religiosa, ancorata alla tradizione popolare, e una grande ammirazione per la figura di Cristo.

La riconciliazione

La querelle si protrae per qualche tempo, lei non risparmia epiteti pesanti nei confronti dei produttori e accuse a Pier Paolo, ma poi, in una lettera pacificatrice, gli scrive:

“Caro Pier Paolo,

avevo appena finito di scrivere, in risposta alla tua lettera, un’altra mia lettera, dove discutevo le tue ragioni con le mie ragioni. Ma adesso, alla fine, sono presa da un impeto di affetto, che d’un tratto mi fa capire la mia presunzione di ragionare con te su cose che tu sai già e che, in fondo, non hanno valore a paragone della ragione più forte e anche più giusta, che è la vita.

È una ragione simpatica, secondo me, e che pure con gli intervalli dei miei ‘comportamenti furenti’ commuove più di tutto e mette allegria…

Infine non ho voglia in questi giorni di frastornarti con problemi farisaici. Dal fondo della mia vecchiezza ti dico: caro Pier Paolo finisci bene il tuo film che Dio ti benedirà e di tanti problemi morali e avvocateschi parleremo più tardi.

Ma se non avrai voglia di parlarne nemmeno allora, pazienza. Avrò altri intervalli di ‘comportamenti furenti’ ma infine, dal fondo della mia vecchiezza che allora sarà addirittura decrepitezza, ti farò un sorriso per dirti che tu sei sempre una delle pochissime, carissime migliori persone del mondo.

E adesso per carità, non ritornare sulla tua «patologia di diverso e di reietto». C’ è un famoso verso del Sandro Penna che dice: Beato chi è diverso, essendo egli diverso…. Mentre quelli che tu chiami i grandi e i normali, lo sai benissimo che in qualche caso sono degli stronzi – Dio li assista. Ti abbraccio – Sperando di rivedere presto un bellissimo film”.

Le strade di Morante e Pasolini iniziano a dividersi

Sembra che tutto sia rientrato, ma questa prima incrinatura continua silenziosa a lavorare sottotraccia e poco a poco, tra i due si crea un solco. Il problema, comune a tanti grandi rapporti d’amicizia e d’amore, è che, a un certo punto, i percorsi dei due protagonisti non sono più armonici e divergono, inesorabilmente.

Pasolini diventa un personaggio mediatico di portata internazionale e inizia ad accettare anche i riti della mondanità che, nel frattempo, l’autrice, dopo essersi separata da Moravia, ha incominciato via via a rifiutare, circondandosi di giovani proletari e, comunque, di intellettuali e artisti spesso in aperto contrasto con la cultura dominante.

Anche le loro idee politiche sono sempre meno in sintonia: Pasolini è stato comunista, poi arriva a sdegnare il comunismo rifiutandolo in nome di una visione ideologica del tutto personale; l’autrice, che è sempre stata critica nei confronti del comunismo, con l’andare degli anni abbraccia posizioni sempre più libertarie.

La rottura definitiva

La rottura arriva negli anni Settanta. Lei gli rimprovera di aver rinnegato la sua autentica natura di poeta per lasciarsi lusingare dal cinema e Pier Paolo tollera sempre meno le critiche pungenti e perentorie dell’amica.

A complicare ulteriormente le cose ci si mettono anche le vicende sentimentali di Pasolini, che non accetta che il giovane attore Ninetto Davoli decida di interrompere la loro relazione per sposarsi e avere una famiglia.

Elsa si schiera dalla parte di Ninetto, rivendicando che “A ventitré anni un ragazzo ha il diritto di amare una ragazza” e Pasolini vive questa presa di posizione come un tradimento, che non le perdona.

Con la pubblicazione de La Storia la situazione precipita. Alcuni critici, tra cui Pasolini, vivono il romanzo come un tradimento della vena poetica più autentica della scrittrice: la stessa accusa, a ben guardare, che lei aveva mosso a Pasolini nei suoi rapporti col cinema.

Il dolore dell’autrice è ancora più intenso, perché, come è stato scritto “ Pasolini ha fiuto, sa dove deve parare, dove accarezzare e dove colpire”.

Pier Paolo parla di un libro imperfetto, troppo ambizioso, che necessiterebbe ancora di nuove stesure e di altri anni di lavoro; accusa la scrittrice di essere didattica e didascalica, di mal governare i congegni di un romanzo storico, di essersi immedesimata in un mondo sociale che non conosce.

È, insomma, una stroncatura senza appello. A cui l’autrice reagisce con sdegno, chiudendo i rapporti con il vecchio amico.

Solo un anno più tardi, arriverà la morte violenta di Pasolini, che segnerà la fine del loro rapporto.

Un saluto commosso

Al vecchio amico, la scrittrice dedicherà una straziante lettera in forma di poesia:

A P.P.P. In nessun luogo:

E così,

tu – come si dice – hai tagliato la corda.

In realtà, tu eri – come si dice – un disadattato

e alla fine te ne sei persuaso

anche se da sempre lo eri stato: un disadattato.

[…]

Ma in verità in verità in verità

quello per cui tu stesso ti credevi un diverso

non era la tua vera diversità.

La tua vera diversità era la poesia.

È quella l’ultima ragione del loro odio

perché i poeti sono il sale della terra

e loro vogliono la terra insipida.

[…]

E questo loro non ti perdonano: d’essere un poeta.

Ma tu ridine.

Lasciagli i loro giornali e mezzi di massa

e vattene con le tue poesie solitarie

al Paradiso.

Offri il tuo libro di poesie al guardiano del Paradiso

e vedi come s’apre davanti a te

la porta d’oro

Pier Paolo, amico mio.

E in un’intervista rilasciata alcuni anni dopo la morte dello scrittore, lo ricorderà così, sorvolando signorilmente sulle polemiche legate a La Storia per ricordare l’apprezzamento dello scrittore per un’altra sua grande opera:

“È stato mio amico. Ed era un lettore attento. Ricordo quando a proposito de Il mondo salvato dai ragazzini scrisse che si trattava di un Manifesto Politico, ma era scritto con grazia e molti avevano preferito vederlo come una delizia e basta, quando, in realtà, conteneva tutte le ossessioni moderne – l’atomica, la morale dei consumi, il profondo desiderio di autodistruzione.

Pier Paolo lo considerava un canto funebre. Gli era molto piaciuto il Mondo perché parlava attraverso un sistema linguistico così comunicativo da scandalizzare. La grazia, la favola e l’umorismo non esprimevano luoghi comuni, […] ma appartenevano a realtà assolutamente originali e vissute personalmente”.

*Il testo di questo articolo, con alcune modifiche, è tratto dal mio libro Elsa Morante, edito da RCS-La Gazzetta dello Sport.

(Photo credits): Wikipedia. Immagine di pubblico dominio.

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