L’informazione che arriva dai Social Network

Autori e consumatori dell'informazione online. Come funziona l'informazione sui Social Network.

Quanto è importante per noi l’informazione che troviamo sui Social? È un’informazione di qualità? E quanto ci condiziona?

Sono domande importanti, su cui voglio provare a riflettere assieme a te, senza avere la pretesa di dare giudizi, ma per cercare di capire.

Partiamo da alcuni dati.

Quattordici milioni e mezzo di italiani utilizzano Facebook per avere notizie: il 30,1% dei 14-80enni, il 41,2% dei laureati, il 33% delle donne.

Non solo: il 12,6% della popolazione acquisisce informazioni su YouTube (e la quota è del 18% tra i giovani) e il 3% su Twitter (5% tra i più giovani).

In genere i social sono utilizzati in combinazione con altre fonti informative ma, dato ancora più interessante, nel nostro Paese ci sono 4 milioni e mezzo di persone che si informano solo sui social network. 

In pratica, quello che sanno del mondo arriva esclusivamente da lì.

Autori e consumatori dell’informazione online

Ma che tipo di informazione ricaviamo dai social network? La risposta non è così scontata, perché ogni giorno rivestiamo contemporaneamente i ruoli di autori e fruitori.

Basta schiacciare il pulsante “pubblica” e chiunque di noi, sul proprio blog o nei profili social, si trasforma in un editore.

Non solo. Siamo tutti autori e co-autori di quanto pubblichiamo, creando un flusso continuo di aggiornamenti, notizie, prese di posizioni, informazioni.

Il rapporto con i nostri contatti avviene apparentemente senza intermediazioni, e coinvolge realtà umane e relazioni molto diverse fra loro: gli amici di una vita e le persone che conosciamo solo tramite la rete (a volte nemmeno quello), gruppi di persone accomunate da un medesimo interesse e aziende divenute improvvisamente accessibili e con cui possiamo dialogare da pari a pari.

Come comunichiamo e ci informiamo sui Social Network

Si apre uno spazio sociale di racconto, dove accadano anche cose buffe. Molti pensano di usare Facebook o Instagram come se fossero la versione digitalizzata del diario ottocentesco: mi confido, scrivo quello che penso senza filtri, racconto e mostro tutto quello che mi è successo. Non corro alcun rischio, siamo tra amici.

In realtà, è come se prendessi un megafono e andassi in una piazza gremita di gente (perlopiù sconosciuti) a urlare i fatti miei.

E nel momento in cui pubblichiamo qualcosa in formato digitale, ne perdiamo il controllo: il nostro contenuto può trasmigrare infinite volte, prendere direzioni inattese e atterrare in luoghi impensabili.

Con tutte le conseguenze del caso.

Oltre che autori, continuiamo a essere soprattutto fruitori delle informazioni che ci arrivano dai Social e che circolano nella Rete.

E qui si apre un altro problema: le fonti sono sempre attendibili? Il più delle volte non lo sappiamo. Ci basiamo sulla nostra esperienza, fidandoci semplicemente delle fonti che siamo più abituati a consultare e che ci sembrano più autorevoli.

Il fenomeno dell’Echo chamber

La dimensione planetaria e potenzialmente infinita del flusso informativo che abbiamo a disposizione ci dà una percezione illusoria di apertura e di scambio.

In realtà, tutto si svolge ‘a circuito chiuso’ secondo la modalità della ‘camera dell’eco’ (eco chamber) così descritta dal vocabolario Treccani:

Situazione in cui informazioni, idee o credenze più o meno veritiere vengono amplificate da una ripetitiva trasmissione e ritrasmissione all’interno di un àmbito omogeneo e chiuso, in cui visioni e interpretazioni divergenti finiscono per non trovare più considerazione. 

La tendenza ad aggregarsi con persone con le stesse attitudini e interessi è un processo determinante sia nel rinforzare l’echo-chamber sia nel determinare la dimensione di un processo virale.

Pensiamo di essere in contatto continuo e aperto con il mondo intero, ma in realtà ci muoviamo in un nostro personale ‘cortile di casa’ che siamo incoraggiati a costruire e a recintare e che, di fatto, subisce continue incursioni, manipolazioni, aggiustamenti dall’esterno.

La percezione illusoria è quella di essere al centro di un flusso di informazioni e di opinioni spontanee che controlliamo totalmente e che riproduce, con un livello di qualità alto, il pensiero della maggioranza o, quantomeno, di una parte rilevante della nostra comunità di appartenenza.

In realtà, fabbrichiamo una sorta di ‘profezia che si autoverifica’: siamo all’interno di un mondo costruito per confermare e consolidare ulteriormente le nostre convinzioni e i nostri bias cognitivi.

È un meccanismo che rinforza le pulsioni identitarie, la polarizzazione delle opinioni e degli schieramenti, l’intolleranza verso chi ha convinzioni diverse dalle nostre.

È una dinamica che crea condizioni specularmente contrarie a quelle necessarie perché si sviluppi un’ informazione corretta.

Questo circuito autoreferenziale non coinvolge soltanto tutti noi, in quanto utenti, ma riguarda anche le testate giornalistiche, che si ripetono a vicenda tesi condivise e consolidate e rilanciano trend e reazioni che arrivano da Social e Influencer.

In pratica, anche il mondo dell’informazione è diventato una gigantesca ‘camera dell’eco’.

Information overload

Siamo sommersi da un diluvio di informazioni a cui reagiamo con una velocità sempre più alta. A colpo d’occhio, come scanner viventi, valutiamo se una notizia ci interessa oppure no, se una cosa merita o meno che le dedichiamo il nostro tempo.

Viviamo immersi in un flusso inarrestabile e continuo di conversazioni, post, video, storie, immagini che ci sollecitano senza interruzione: è un’accelerazione sempre più esasperata che, come una droga, può dare assuefazione e dipendenza.

Informarsi sui social non è la risposta a una necessità razionale, ma diventa un’esperienza ad alto impatto emotivo: e questo ci provoca una forma di dipendenza.

Ma è impossibile andare sempre al massimo della velocità. E quando rallentiamo, andiamo spesso a rifugiarci nei luoghi digitali più familiari e conosciuti.

E lì, con un senso di sollievo, tendiamo a farci guidare da palinsesti pensati appositamente per noi dagli algoritmi.

Tirando le somme…

…Non si tratta certo di demonizzare i Social ma di acquisire una nuova forma di consapevolezza, a partire dai meccanismi di funzionamento: sono strumenti molto potenti che dobbiamo imparare a usare, senza essere usati. Cosa non semplice, ma nemmeno impossibile.

La base di partenza è ricordarsi sempre che le piattaforme Social hanno l’interesse a farci sostare il più a lungo possibile, quindi ci mostrano sempre informazioni e riflessioni che tendono a confermare la nostra opinione. Se ci adagiamo in questo meccanismo, finiamo per esserne usati.

La soluzione? Molto meglio andare alla ricerca, sui Social e sul web, di informazioni e opinioni che mettono in dubbio le nostre ipotesi iniziali o le arricchiscono di nuove prospettive.

(Photo credits: Matthew Henry from Burst)

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2 commenti su “L’informazione che arriva dai Social Network”

  1. Questo post ha una alta densita’ Luca. Molto profondo e incisivo. Gran bel lavoro. Dovremmo cercare di dargli la massima visibilita’

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