OK, ma il prezzo è giusto?

Come si fa a stabilire il giusto compenso per una consulenza o un lavoro creativo? E come fa un’azienda a essere sicura di spendere bene i suoi soldi? 

Non esiste un criterio oggettivo per rispondere a queste domande. In base alla mia esperienza ci sono però alcune buone pratiche che possono aiutare le aziende a ottenere  il miglior risultato con un budget limitato. Ne segnalo 5.

1. La vostra richiesta deve essere chiara e precisa: per quanto possa sembrare incredibile, capita di ricevere dal cliente indicazioni fuorvianti, che portano a sovrastimare (o sottostimare) il lavoro da fare.

2. Se avete un budget disponibile, dichiaratelo. L’idea di giocare “ a carte coperte” per spuntare un prezzo migliore ha le gambe corte. Un riferimento sicuro consente alla controparte di modulare correttamente l’offerta e di organizzare al meglio il lavoro.

3. Tenete sempre ben presente esperienza, caratteristiche e competenze di chi avete di fronte. L’obiettivo non deve essere spendere il meno possibile, ma ottenere il massimo con la cifra disponibile.

4. Alcuni lavori di consulenza sono oggettivamente impossibili da quantificare prima di farli. In questi casi conviene fissare di comune accordo un range di costi e poi rivedersi in una fase intermedia, per valutare cosa è stato fatto e cosa rimane ancora da fare.

5. L’ultimo consiglio è forse il più difficile da applicare e può apparire troppo di parte, ma vi assicuro che vale la pena di provarci: scegliete un interlocutore con cui vi sentite in sintonia e gettate le basi per una collaborazione di lungo periodo. Non dimenticate che ci vuole tempo per conoscere la vostra azienda e dover rispiegare tutto ogni volta è dispersivo, faticoso e poco redditizio.

A questo punto mi fermo e vi lascio con una domanda: qual è la vostra esperienza al riguardo?

(Foto di Daniele Portanome)

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4 commenti su “OK, ma il prezzo è giusto?”

  1. Vero. Sono 5 semplici e chiarissime regole che – se fossero rispettate – renderebbero i rapporti molto più chiari.
    Purtroppo, in tanti anni, non mi è mai capitato di vederle applicate.
    Nel mondo della comunicazione digitale ho lavorato sia in azienda che in agenzia, come freelance o socia di struttura.
    Difficile, difficilissimo guadagnare la fiducia del cliente perché in giro (purtroppo) ci sono molti cialtroni e spesso le aziende ne sono rimaste scottate. Parlo anche di supermegagenzie blasonate che hanno spillato una gran quantità di quattrini senza dare all’azienda il giusto riscontro sui risultati e parlo anche di professionisti che si sono reinventati un mestiere o venduti con una professionalità che, troppo spesso, non avevano.

    Da parte delle aziende poi, non sempre c’è trasparenza.
    A volte in malafede a volte per ignoranza sui processi, altre volte per presunzione.
    Difficile trovare un’azienda che faccia richieste chiare perché la tendenza, purtroppo, non è quella di ottenere il massimo con il budget a disposizione ma di spremere il più possibile il consulente o il creativo di turno.
    Difficile inoltre, per un’azienda, seguire un processo lineare nello sviluppo di un progetto e nelle richieste che ne derivano.
    Spesso troppe teste sono sul progetto (tranne quella che decide) e nemmeno tra loro sono d’accordo, oppure (ancora peggio) non si hanno le idee così chiare da poterle trasmettere dall’inizio al consulente e si pensa di chiarirsele strada facendo magari cambiando radicalmente strada a metà percorso.
    Altro scenario, per commentare l’ultimo punto: in questo periodo di crisi profonda le aziende cercano soluzioni.
    Spesso iniziano a sviluppare un progetto poi lo bloccano prima della fine e quindi, prima di ottenere i risultati sperati, con la conseguente frustrazione di chi ci sta lavorando da mesi.
    In parole povere, a mio avviso, la visione e la collaborazione a lungo raggio, così come il rispetto di queste piccole ma semplici regole, da parte di aziende e consulenti è troppo spesso, quasi una chimera…

    1. Grazie Claudia! La tua analisi così precisa, dettagliata e “dal di dentro” mette il dito su numerose piaghe. Ho scritto questo post perché credo sia giunto il momento di prendere il toro per le corna e cambiare profondamente i rapporti da entrambe le parti della barricata. Un tentativo utopico e velleitario, una chimera? Spero di no, io lo vivo come un intervento necessario. Grazie ancora per il tuo contributo.

  2. Difficile aggiungere qualcosa dopo un’analisi così definita e chiara come quella di Claudia. Da ormai quasi 30 anni bazzico questo mondo e vedo grandi parole, grandi dichiarazioni d’intenti, che poi si riducono sempre alla stessa regola: oltre il massimo, con il minimo.

    In particolar modo negli eventi aziendali, dove ormai l’improvvisazione alberga come ospite fissa delle direzioni preposte, avere poche idee ma ben shakerate, è una costante insieme al cambiamento di rotta quotidiano e a richieste last minute.

    La cosa triste è verificare che, pur apparentemente dando tutti ragione a richieste di maggior professionalità, c’è sempre chi si piega a richieste di sconti, lavori con brief improvvisati o, peggio, copiati e rielaborati, e professionalità dimenticata.

    1. Credo che il punto sia proprio questo: non rassegnarsi all’avanzare dell’improvvisazione (nel senso peggiore del termine) e cercare comunque di fare sempre le cose nel miglior modo possibile. Non è facile, lo so, ma è una strada obbligata. L’alternativa è l’azzeramento di ogni professionalità, una prospettiva disastrosa in cui a perderci saremmo tutti.
      Grazie per il tuo contributo.

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